


Nello Chalet, situato in un ex magazzino, dietro a un edificio di Hollywood, si entra da una comune porta di servizio. Lo Chalet è il distillato della coreografia sociale della città che lo ospita: la Los Angeles in, dove il posto in cui bisogna assolutamente essere è la lista degli ospiti di una festa privata. Oppure la strada per andare a una festa privata in un’auto privata. Lo Chalet porta tutti i segni dello spazio privato, o esclusivo, o underground. Ma contemporaneamente ricalca certi gesti e certi caratteri fisici, per dire, di uno châlet svizzero, di uno spazio sociale pubblico controcorrente rispetto a come è solita incrociarsi la gente a Los Angeles.



“Qui tutti i materiali hanno una storia e una funzione’, racconta Golia mentre stiamo seduti allo Chalet, il pomeriggio di qualche giorno fa. “Per questo la considero un’architettura molto classica. I materiali sono stati scelti umanamente ed emotivamente per una determinata ragione. Pensa all’intonaco azzurro dell’anfiteatro: viene dalla necessità di isolamento e di acustica, applicato non come decorazione, ma puro e semplice. Però è anche molto bello e ha una tattilità sorprendente. Lo Chalet è architettura da toccare.”
Ho conosciuto Golia e Chan più di un anno fa allo Chalet, quando era ancora un cantiere. Nella conversazione si parlò della Cappella Sistina come esempio di ciò che lo Chalet avrebbe potuto essere. Nella nostra conversazione di oggi l’espressione “Cappella Sistina” mi scappa ancora di bocca, mentre formulo una domanda. “Oh mamma mia”, esclama Golia prima che finisca. “Dovevi proprio partire con l’idea che Edwin odia di più!”

Edwin Chan: Non è che odio l’idea, mi sento solo nervoso quando lo dici a voce alta. Ci vado piano a dire di aver progettato un capolavoro. Ho imparato che è meglio fare semplicemente “un progetto”, senza aspettarsi che diventi la Cappella Sistina, e a lasciare che il progetto si sviluppi in qualcosa di più grande.
Piero Golia: Però la Cappella Sistina, Versailles, il Colosseo sono tutti esempi molto elementari, tecnici. Non significa che io voglia costruire qualcosa di ‘famoso’. Voglio solo parlare di un genere di architettura che non è contemporaneo. Quando costruisci la cappella Sistina o Versailles non pensi mai di tirarti indietro, no? Lo scopo è costruire qualcosa che piaccia alla gente, senza pensare a quanto economicamente stupida sarà l’operazione per te. Credo che sia proprio quello che abbiamo fatto qui. Abbiamo costruito un luogo senza altra ragione che quella di dare qualcosa di bello alle persone, qualcosa da godere, che le facesse felici.

EC: Dal primo momento in cui abbiamo iniziato a parlare dello Chalet ho capito che doveva essere un cosa fatta per passione. Non si possono fare progetti di questo genere senza il genere di passione che descrive Piero. Non c’è altro modo di realizzare una cosa così.
PG: Volevo lavorare con un architetto che tenesse più alle persone che alle teorie. Per me era molto importante che qui la gente si trovasse bene, che poi mi dicessero: “È una cosa stupenda”. Un artista non basta per raggiungere questo risultato. L’architettura è quel che mette insieme tutto, quel che ci circonda. Tutto quel che si tocca in questo posto dà una bella sensazione.
Lo Chalet è strettamente specifico a Los Angeles oppure pensate che lo si possa trasferire altrove?
PG: Quando abbiamo iniziato pensavo che lo Chalet doveva essere profondamente legato a Los Angeles: un ambiente che avrebbe reso facile riunire attori e grandi artisti, per esempio. Qui queste persone sono a portata di mano. In qualunque altro posto dar loro un motivo per uscir di casa diventa più difficile. Se avessi collocato lo Chalet in cima a una montagna tibetana, per esempio, sarei stato costretto prima di tutto a portare le persone in Tibet, poi su per la montagna, e solo allora avrebbero potuto entrare nello Chalet.
EC: A me qualche volta càpita.
PG: Insomma, mi rendo conto sempre più che le persone, per la ragione giusta, andrebbero in capo al mondo. E quindi sì, oggi credo di poter rispondere che si tratta di un modello esportabile.

Avete fatto caso a come le persone considerano lo Chalet? Come un’opera d’arte da non toccare o magari come un ampliamento di casa loro?
PG: Ho notato che ci è voluto un po’. Le prime sere la gente arrivava e girava per un’ora prima di sedersi, Poi, a poco a poco, si sono fatti più audaci e si sono resi conto che potevano lasciarsi andare e toccare davvero lo spazio, sedercisi dentro. Dopo una manifestazione ho ricevuto un messaggio commovente da Simone Forti [mitica danzatrice e coreografa] che diceva: “Di solito vado in un posto, non conosco nessuno e siccome sono timida, finisco in un angolo con un bicchiere di vino bianco in mano. Ma ieri sera allo Chalet ho chiacchierato tutto il tempo con gli altri. Credo che fosse lo spazio. Altrimenti me ne sarei rimasta nel mio angolo”. Insomma non è un locale, non è una casa di vacanza o uno spazio da performance. Non c’è una linea di demarcazione netta tra gli spazi interni. Non c’è una regola predominante su come sedersi o su come comportarsi.
EC: Parecchie delle cose che abbiamo fatto qui erano dei grandi rischi, per via di questa idea: tutti questi elementi di legno, tutte queste panche di legno. Non sapevo quali reazioni avrebbero avuto le persone, ma sono felice di constatare che, fino a oggi, hanno accettato tutti i nostri rischi. Certi ospiti sono abituati a un’idea diversa della comodità: magari in un primo tempo non vogliono sedersi in un ambiente di questo genere. Ma alla fine la materialità del luogo ha spinto le persone a partecipare e a impegnarsi reciprocamente come altrimenti non avrebbero mai fatto. L’aspetto fisico, tattile dello Chalet è un esperimento sorprendente e pare che funzioni.
PG: Faccio spesso una spesa immaginaria. Compro architetture, compro automobili. Vado a vederle e rifletto se siano o meno un buon investimento. L’unica cosa che non ho sono i soldi per comprarle. Oggi mi stavo ‘comprando’ una casa di Frank Lloyd Wright. Sono un patito di Frank Lloyd Wright. Mi piace proprio la sensazione di architettura ‘completa’. Ma poi mi sono reso conto di una cosa: Frank Lloyd Wright progettava per persone che sapevano esattamente quanti ospiti avrebbero avuto a cena. Un numero che è fissato nell’architettura. Le sedute hanno un’impostazione ben definita. Non ci si possono pigiare altre persone in più e non se ne possono invitare solo due senza rendere evidente che hai fatto una sciocchezza.
La bellezza dello Chalet è che il posto funziona con cinque, dieci, venti o cinquanta persone. È aperto a una reinterpretazione completa. Si può starsene seduti a parlare con una sola persona per tutta la sera o si può andare in giro e far parte di un grande gruppo. La modularità è perfetta. E non conta che sia mezzanotte o siano le undici del mattino: nello Chalet ci sono delle sacche che proteggono dalla percezione di quel che non vogliamo sapere. Il posto dà la sensazione della vitalità.
Sapete, certe volte il brutto dell’architettura è quando ci si accorge che qualcuno ha messo dei fiori nel vaso. Edwin ha capito esattamente quel che volevo dire con questo. È il motivo per cui qui, quando tutto è al suo posto, lo si capisce perché è come Dio lo ha voluto.

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