Anish Kapoor a Palazzo Strozzi: esplorando le possibilità dell’inverosimile

Apre la personale del maestro contemporaneo, “Untrue Unreal”, nella capitale del Rinascimento. La guida alla mostra, che abbiamo visitato insieme all’artista.

“Ieri sera con degli amici abbiamo fatto una passeggiata intorno al Duomo di Firenze e riflettevo sul fatto che ci sono voluti quasi duecento anni per costruirlo. Questo vuol dire venti generazioni: un segno straordinario di fiducia nella cultura, risultato di un sapere tramandato da una generazione all’altra. Ciò che i vostri antenati sono riusciti a fare, oggi non è più possibile, oggi viviamo in un clima che è piuttosto di sospetto culturale e mi dispiace dirlo ma credo che sia tristemente vero”.

Con queste parole il maestro della scultura contemporanea Anish Kapoor racconta l’origine del progetto della nuova mostra ideata con Fondazione Palazzo Strozzi, curata dal direttore Arturo Galansino, “Anish Kapoor. Untrue Unreal.” Un titolo che Kapoor spiega sottolineando come proprio ciò che è imperscrutabile e illusorio faccia parte dell’essenza dell’uomo, del mistero della condizione umana in una sorta di disperazione intrinseca e costante.

Da questa incertezza prende le mosse il suo lavoro, con l’obiettivo di mettere in moto processi di ricerca piuttosto che veicolare messaggi. “A bad poem is one that vanishes into meaning”, una citazione di Paul Valéry con cui Kapoor spiega la sua visione, riferirsi alla poetica dell’essere, questo è il compito dell’artista.

Nello spazio grigio tra vero e falso, l’irreale si mescola con l’inverosimile, e i visitatori sono chiamati a mettere in discussione la propria percezione per superarla e immergersi nel paradosso delle opere di Kapoor: la solidità fragile delle forme di pigmento giallo e rosso di To Reflect an Intimate Part of the Red (2007); l’uso mimetico del Vantablack, il pigmento che intrappola il 99,96% della luce che lo colpisce, in opere come Non-Object Black (2015) che giocano con la materialità dell’oggetto, con volumi che svaniscono al passaggio dello sguardo; la trasformazione dello spazio che viene assorbito dalle forme monocrome di Gathering Clouds (2014); la pesante incorporeità di Angel (1990).

Così accade anche nelle famose opere specchianti di Kapoor, come Vertigo (2006), Mirror (2018) e Newborn (2019), che sembrano smentire le leggi della fisica dando vita a una dimensione fatta di riflessi e deformazioni disorientanti e ipnotiche per chi le guarda.

Un’intera sala della mostra è poi dedicata al confronto con la corporeità e la materia organica, in cui opere come First Milk (2015) e Today You Will Be in Paradise (2016), dense masse viscerali che sembrano contorcersi e pulsare in un movimento di espansione e contrazione, coinvolgono completamente i sensi dello spettatore, così come accade con la grande scultura biomorfa A Blackish Fluid Excavation (2018).  

La mostra a Palazzo Strozzi nasce anche da una sfida con l’architettura del palazzo, esempio perfetto di dimora signorile del Rinascimento, che rispetta il rigoroso impianto simmetrico e la continuità degli ambienti. In questo ordine strutturale, che secondo l’artista interferirebbe con la fruizione delle opere da parte del visitatore, la scelta e il posizionamento dei lavori sono stati due aspetti cruciali. Questo tema è preannunciato dall’opera che dà il via al percorso, Svayambhu (2007), un termine sanscrito che indica “ciò che si genera autonomamente” e che fa riferimento alle immagini acheropite cristiane. Un monumentale blocco di cera – che a guardarlo pone una serie di interrogativi pratici sull’installazione dell’opera, considerando il contesto – che scorre lentamente su un binario, attraversando il grande telaio di una porta del palazzo e generando un movimento continuo tra due stanze adiacenti, che leviga e plasma i contorni di questo materiale estremamente duttile. Allo stesso modo, Endless Column (1992), una colonna in pigmento rosso – rimando alle colonne del cortile del Pollaiolo – attraversa il piano nobile del palazzo creando una sensazione di solidità e pesantezza allo stesso tempo.

Il dialogo con l’edificio è sublimato dal lavoro site-specific Void Pavillion VII (2023) installato nel cortile: un padiglione cubico caratterizzato dalla presenza di tre rettangoli neri che, come tre finestre, aprono lo sguardo su uno spazio infinito e imperscrutabile nel cuore della razionalità rinascimentale.

Void Pavillion VII anticipa all’inizio e amplifica alla fine della mostra l’espansione e lo slittamento di spazio e tempo, che accompagnano i visitatori nell’intero percorso espositivo, quest’ultimo cadenzato secondo un ritmo meditativo, un invito da parte dell’artista a esplorare le potenzialità del non conosciuto e del non visibile.

Tutte le immagini © Ela Bialkowska OKNO studio

Un premio per l'architettura tra luci e volumi: LFA Award

Un concorso fotografico internazionale che invita fotografi di tutto il mondo a catturare l'essenza dell'architettura contemporanea. Ispirato all'opera del celebre fotografo portoghese Luis Ferreira Alves, il concorso cerca immagini che esplorino il dialogo tra uomo e spazio.

  • Informazione pubblicitaria

Ultime News

Ultimi articoli su Domus

Leggi tutto
China Germany India Mexico, Central America and Caribbean Sri Lanka Korea icon-camera close icon-comments icon-down-sm icon-download icon-facebook icon-heart icon-heart icon-next-sm icon-next icon-pinterest icon-play icon-plus icon-prev-sm icon-prev Search icon-twitter icon-views icon-instagram