Cosa rende un luogo “reale”, in un mondo sempre più digitale?

Il luogo è un’entità fluida, tra fisico e virtuale, memoria e percezione. “A Place Has a Place Has a Place” sfida la sua stabilità attraverso opere immersive che esplorano paesaggi mutanti e interazioni multispecie.

Il concetto di luogo è una creatura instabile, sfuggente, un confine che si dissolve non appena cerchiamo di definirlo. Un tempo ancorato alla terra, ai riferimenti certi della geografia e dell’architettura, oggi il luogo si espande in una dimensione fluida, un continuo intrecciarsi di fisico e virtuale, di vissuto e immaginato. Non abitiamo più soltanto spazi concreti, ma anche territori digitali, ambienti ibridi in cui la percezione si moltiplica e il senso di appartenenza diventa sempre più volatile.

“A Place Has a Place Has a Place”, a cura di Rachel Lee Pearl e Eleonora Ortolani, WILLIE, Zaandam, Paesi Bassi. Courtesy WILLIE

“A Place Has a Place Has a Place”, la mostra curata da Rachel Lee Pearl ed Eleonora Ortolani presso lo spazio Willie di Zaandam, a pochi minuti da Amsterdam, si insinua in questa frattura tra stabilità e trasformazione, mettendo in discussione le certezze su cosa significhi realmente occupare uno spazio, attraversarlo, lasciarvi traccia.

“In un mondo in cui i paesaggi fisici e digitali si confondono”, spiega  Rachel Lee Pearl, “questi artisti indagano la geografia, la temporalità e il significato, fissati nella forma ma continuamente rinegoziati attraverso percezione, cultura e interazione”. Il titolo stesso è una reiterazione che suona quasi come un mantra, un’ossessione che si ripiega su sé stessa: un luogo ha un luogo ha un luogo. Un’affermazione che, a forza di essere ripetuta, si svuota della sua pretesa di verità, aprendosi a infinite interpretazioni.

Deluge Collective, Force Majeure Episode One, 2025. “A Place Has a Place Has a Place”, a cura di Rachel Lee Pearl e Eleonora Ortolani, WILLIE, Zaandam, Paesi Bassi. Courtesy WILLIE

Le opere in mostra non si limitano a rappresentare lo spazio, ma lo interrogano, lo smontano e lo ricompongono, rivelandone la natura mutevole. “Andando oltre la sfera umana”, sottolinea Pearl, “‘A Place Has a Place Has a Place’ si estende alle interazioni multispecie e non umane, invitandoci a riflettere su come ogni entità plasmi, e sia a sua volta plasmata, dagli ambienti temporali e spaziali che abita”.

Si passa dalle suggestioni meteorologiche trasformate in esperienza sensoriale dai Deluge Collective, che traducono i dati atmosferici in vibrazioni visive e sonore, al videogioco di Imagination of Things, una mappa immaginifica che reinventa il Quartiere a Luci Rosse di Amsterdam come uno spazio di autonoma ridefinizione politica ed economica. In ogni opera, c'è un costante gioco di specchi tra reale e virtuale, tra ciò che esiste e ciò che potrebbe esistere.

Jess Rowley, Go Down Emmanuel Road, 2025. “A Place Has a Place Has a Place”, a cura di Rachel Lee Pearl e Eleonora Ortolani, WILLIE, Zaandam, Paesi Bassi. Courtesy WILLIE

Rachy McEwan costruisce un ponte tra la pittura e la tecnologia, creando un’opera che reagisce ai dati ambientali, come se il paesaggio stesso avesse voce in capitolo sulla propria rappresentazione.

Eleonora Ortolani, invece, attraverso il cibo e la geografia, indaga le connessioni profonde tra memoria e territorio, suggerendo che il senso del luogo non sia solo una questione di coordinate spaziali, ma anche di storie condivise, di sapori e gesti ripetuti nel tempo.

Non abitiamo più soltanto spazi concreti, ma anche territori digitali, ambienti ibridi in cui la percezione si moltiplica e il senso di appartenenza diventa sempre più volatile.

Rachel Lee Pearl ci trascina sott’acqua con la sua installazione, dove il mondo sottomarino diventa un archivio visivo in continuo mutamento, un luogo che sfugge a ogni tentativo di fissazione. Jess Rowley, infine, porta in scena una sorta di rituale sonoro, in cui la memoria delle tradizioni orali si mescola con il presente, generando un’esperienza che non è solo da osservare ma da vivere, ripetendo un gioco antico e presente in diverse culture, crando una connessione con i nostri antenati.

Deluge Collective, Force Majeure Episode One, 2025. “A Place Has a Place Has a Place”, a cura di Rachel Lee Pearl e Eleonora Ortolani, WILLIE, Zaandam, Paesi Bassi. Courtesy WILLIE

Willie, spazio giovane e sperimentale, si presta perfettamente a una mostra che non vuole essere una semplice esposizione di opere, ma un territorio in cui le idee prendono corpo, si scontrano e si contaminano. Qui il concetto di luogo non è mai dato per scontato, ma si fa domanda aperta, provocazione.

Ciò che emerge da “A Place Has a Place Has a Place” non è una risposta univoca, ma un ventaglio di possibilità, una serie di spiragli attraverso cui possiamo osservare il mondo da nuove prospettive. Forse il luogo, in fondo, non è che una traccia effimera, qualcosa che esiste solo nella misura in cui lo abitiamo e lo pensiamo, prima di lasciarlo dissolversi, per poi ritrovarlo altrove.

Immagine di apertura: Eleonora Ortolani, To Know a Place, 2025. “A Place Has a Place Has a Place”, a cura di Rachel Lee Pearl e Eleonora Ortolani, WILLIE, Zaandam, Paesi Bassi. Courtesy WILLIE

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