Nel cuore della Laguna Nord, tra Murano e Burano, l’isola di San Giacomo riemerge da decenni di abbandono come nuovo presidio culturale veneziano. La Fondazione Sandretto Re Rebaudengo inaugura qui la propria sede lagunare, trasformando un ex complesso militare in un dispositivo ibrido dove restauro, sostenibilità energetica e produzione artistica convivono dentro un fragile ecosistema acquatico.
Lontano dalla monumentalità del centro storico veneziano e dalla retorica dell’“evento Biennale”, il progetto assume interesse soprattutto per il modo in cui affronta la questione del recupero territoriale in laguna. Acquistata nel 2018 da Patrizia Sandretto Re Rebaudengo e Agostino Re Rebaudengo, l’isola — per anni invasa dalla vegetazione spontanea, da crolli e detriti — è stata sottoposta a un intervento che lavora sulla continuità materiale e ambientale del luogo.
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Padiglione Austria
Florentina Holzinger, “Seaworld Venice” (Giardini)
Foto Nicole Marianna Wytyczak
Padiglione Austria
Florentina Holzinger, “Seaworld Venice” (Giardini)
Foto Nicole Marianna Wytyczak
Padiglione di Cechia e Slovacchia
Jakub Jansa e Selmeci Kocka Jusko, “Il Silenzio della Talpa” (Giardini)
Foto Shot by Us, Jakub Jansa
Padiglione di Cechia e Slovacchia
Jakub Jansa e Selmeci Kocka Jusko, “Il Silenzio della Talpa” (Giardini)
Foto Ondrej Rychnavský
Padiglione India
Alwar Balasubramaniam, Ranjani Shettar, Sumakshi Singh, Skarma Sonam Tashi e Asim Waqif, “Geographies of Distance: remembering home” (Arsenale)
Foto Joe Habben
Padiglione India
Alwar Balasubramaniam, Ranjani Shettar, Sumakshi Singh, Skarma Sonam Tashi e Asim Waqif, “Geographies of Distance: remembering home” (Arsenale)
Foto Andrea Avezzù
Padiglione Cile
Norton Maza, “Inter-Reality” (Arsenale)
Foto Norton Maza. Courtesy dell'artista
Padiglione Cile
Norton Maza, “Inter-Reality” (Arsenale)
Foto Norton Maza. Courtesy dell'artista
Padiglione Taiwan
Li Yi-Fan, “Screen Melancholy” (Palazzo delle Prigioni)
Courtesy Taipei Fine Arts Museum
Padiglione Taiwan
Li Yi-Fan, “Screen Melancholy” (Palazzo delle Prigioni)
Courtesy Taipei Fine Arts Museum
Fondazione Pier Luigi Nervi
Kandis Williams, Meriem Bennani & Orian Barki, Tai Shani, “If All Time Is Eternally Present” (Campo Manin)
Foto Tiziano Ercoli. Courtesy gli artisti e Fondazione Pier Luigi Nervi
Fondazione Pier Luigi Nervi
Kandis Williams, Meriem Bennani & Orian Barki, Tai Shani, “If All Time Is Eternally Present” (Campo Manin)
Foto Tiziano Ercoli. Courtesy gli artisti e Fondazione Pier Luigi Nervi
Padiglione Giappone
Ei Arakawa-Nash, “Grass Babies, Moon Babies” (Giardini)
Foto Uli Holz
Padiglione Giappone
Ei Arakawa-Nash, “Grass Babies, Moon Babies” (Giardini)
Foto Uli Holz
Padiglione Canada
Abbas Akhavan, “Entre chien et loup” (Giardini)
Foto Francesco Barasciutti
Padiglione Canada
Abbas Akhavan, “Entre chien et loup” (Giardini)
Foto Francesco Barasciutti
Padiglione Uzbekistan
Zulfiya Spowart, Beshik (The Cradle), 2026, “The Aural Sea” (Arsenale)
Foto Gerda Studio. Courtesy of the Uzbekistan Art and Culture Development Foundation
Padiglione Uzbekistan
(primo piano) Zi Kakhramonova’s Archive of Lost Forms, 2026. (secondo piano) A.A.Murakami, The Sun Sets in a Shell, 2026 “The Aural Sea” (Arsenale)
Foto Gerda Studio. Courtesy of the Uzbekistan Art and Culture Development Foundation
Padiglione Emirati Arabi Uniti
Mays Albaik, Jawad Al Malhi, Farah Al Qasimi, Alaa Edris, Lamya Gargash, Taus Makhacheva, “Washwasha” (Arsenale)
Foto Ismail Noor of Seeing Things
Padiglione Emirati Arabi Uniti
Mays Albaik, Jawad Al Malhi, Farah Al Qasimi, Alaa Edris, Lamya Gargash, Taus Makhacheva, “Washwasha” (Arsenale)
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Padiglione Austria
Florentina Holzinger, “Seaworld Venice” (Giardini)
Foto Nicole Marianna Wytyczak
Padiglione Austria
Florentina Holzinger, “Seaworld Venice” (Giardini)
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Padiglione di Cechia e Slovacchia
Jakub Jansa e Selmeci Kocka Jusko, “Il Silenzio della Talpa” (Giardini)
Foto Shot by Us, Jakub Jansa
Padiglione di Cechia e Slovacchia
Jakub Jansa e Selmeci Kocka Jusko, “Il Silenzio della Talpa” (Giardini)
Foto Ondrej Rychnavský
Padiglione India
Alwar Balasubramaniam, Ranjani Shettar, Sumakshi Singh, Skarma Sonam Tashi e Asim Waqif, “Geographies of Distance: remembering home” (Arsenale)
Foto Joe Habben
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Padiglione Cile
Norton Maza, “Inter-Reality” (Arsenale)
Foto Norton Maza. Courtesy dell'artista
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Padiglione Taiwan
Li Yi-Fan, “Screen Melancholy” (Palazzo delle Prigioni)
Courtesy Taipei Fine Arts Museum
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Fondazione Pier Luigi Nervi
Kandis Williams, Meriem Bennani & Orian Barki, Tai Shani, “If All Time Is Eternally Present” (Campo Manin)
Foto Tiziano Ercoli. Courtesy gli artisti e Fondazione Pier Luigi Nervi
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Padiglione Giappone
Ei Arakawa-Nash, “Grass Babies, Moon Babies” (Giardini)
Foto Uli Holz
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Padiglione Canada
Abbas Akhavan, “Entre chien et loup” (Giardini)
Foto Francesco Barasciutti
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Padiglione Uzbekistan
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Padiglione Emirati Arabi Uniti
Mays Albaik, Jawad Al Malhi, Farah Al Qasimi, Alaa Edris, Lamya Gargash, Taus Makhacheva, “Washwasha” (Arsenale)
Foto Ismail Noor of Seeing Things
Padiglione Emirati Arabi Uniti
Mays Albaik, Jawad Al Malhi, Farah Al Qasimi, Alaa Edris, Lamya Gargash, Taus Makhacheva, “Washwasha” (Arsenale)
Foto Ismail Noor of Seeing Things
San Giacomo attraversa quasi mille anni di storia veneziana. Fondata nell’XI secolo come hospitale per pellegrini e naviganti, divenuta poi monastero cistercense femminile e successivamente presidio militare napoleonico e austriaco, l’isola ha cambiato più volte identità senza mai perdere la propria relazione strategica con le rotte della laguna. La conversione ottocentesca in polveriera militare aveva cancellato gran parte delle architetture religiose originarie; dopo la dismissione del 1961, il sito era progressivamente precipitato in uno stato di degrado avanzato.
Il nuovo intervento evita però sia la museificazione nostalgica sia la neutralizzazione contemporanea tipica di molte riconversioni culturali. Il progetto, sviluppato dal team di architetti e ingegneri di Asja Energy, lavora per innesti strutturali reversibili e indipendenti: negli edifici storici sono state costruite vere e proprie “scatole” autonome fondate su micropali contemporanei, senza gravare sulle murature originarie e preservando le antiche fondazioni lignee.
È una strategia quasi archeologica, che mantiene leggibile la stratificazione dell’isola e lascia emergere le diverse temporalità sedimentate negli edifici. Anche il recupero dei materiali segue questa logica. Circa 30.000 mattoni originali sono stati puliti manualmente e riutilizzati nei restauri e nelle pavimentazioni esterne; le integrazioni provengono da materiali recuperati nel territorio lagunare, secondo un approccio di economia circolare che privilegia la continuità materica rispetto all’efficienza produttiva.
Il nuovo intervento evita sia la museificazione nostalgica sia la neutralizzazione contemporanea tipica di molte riconversioni culturali.
L’aspetto forse più radicale del progetto riguarda però la sua infrastruttura energetica. San Giacomo è stata concepita come un’isola realmente off-grid: non è collegata alle reti pubbliche di elettricità, gas o acqua, ma funziona attraverso un sistema autonomo basato su fotovoltaico integrato, accumulo energetico e gestione intelligente dei consumi. Anche l’acqua viene in parte recuperata da un pozzo di epoca militare riportato in funzione, mentre il paesaggio vegetale è stato ripensato attraverso specie coerenti con l’ecosistema lagunare e a basso fabbisogno idrico.
San Giacomo si propone così come prototipo di una possibile ecologia istituzionale veneziana: in una laguna dove molte isole sono state privatizzate, abbandonate o trasformate in enclave turistiche, il progetto insiste invece sull’idea di apertura e accessibilità. La stessa scelta di mantenere leggibili le denominazioni storiche — le Polveriere, la vedetta, la vigna — evita la neutralizzazione semantica tipica dei nuovi campus culturali e conserva tracce della memoria militare e agricola del luogo.
Dentro questo quadro si inserisce il programma inaugurale del 7 maggio 2026. Le due polveriere napoleoniche ospitano rispettivamente Fanfare/Lament di Matt Copson, curata da Hans Ulrich Obrist, e la collettiva Don’t have hope, be hope!, costruita a partire dalla Collezione Sandretto Re Rebaudengo. Ma anche in questo caso il punto non è tanto l’autonomia delle mostre quanto la loro relazione con l’isola stessa.
Il progetto di Copson lavora con vento, suono e luce: aquiloni-scultura sospesi sopra le polveriere, fanfare intermittenti e proiezioni laser trasformano l’architettura militare in una coreografia atmosferica governata da agenti non umani. La collettiva nella Polveriera Ovest, invece, utilizza opere della collezione per costruire un attraversamento del presente tra vulnerabilità politica, trasformazione tecnologica e immaginazione del corpo, mettendo in dialogo artisti di generazioni differenti senza irrigidire il percorso in una lettura cronologica o storicista. Anche la mostra dedicata al cantiere di recupero assume qui un ruolo tutt’altro che documentario: le immagini di Giovanna Silva e Antonio Fortugno registrano la lenta metamorfosi dell’isola quasi come un processo organico, seguendo l’emersione progressiva delle architetture dal paesaggio lagunare.
In una laguna dove molte isole sono state privatizzate, abbandonate o trasformate in enclave turistiche, il progetto insiste sull’idea di apertura e accessibilità.
Parallelamente, le installazioni permanenti disseminate nel giardino — da Patriarchy = CO2 di Claire Fontaine a GONOGO di Goshka Macuga fino alla cappella inclinata di Hugh Hayden — insistono sul rapporto tra vulnerabilità ecologica e immaginazione politica. Il giardino si configura così come una soglia porosa tra spazio costruito e ambiente lagunare, dove le opere agiscono come presenze disseminate nel paesaggio.
San Giacomo appare allora come un laboratorio territoriale: un tentativo di ridefinire il ruolo di una fondazione privata dentro un paesaggio estremamente fragile, dove architettura, energia, conservazione e produzione culturale smettono di essere discipline separate e diventano parti di un’unica infrastruttura ecologica.
