In un mondo in cui i caratteri si comprano e si vendono per via digitale e dove i progettisti grafici sono costretti a concentrarsi sulla composizione e sull'impaginato per distinguersi oppure per allinearsi, è una boccata d'aria pura far visita a un'epoca ormai trascorsa. Sign Painters di Faythe Levine e Sam Macon sotto questo aspetto è il tonico giusto, perché prende le parti di coloro che hanno fatto resistenza o sono fuggiti davanti alla digitalizzazione di una competenza artigianale che racchiude così perfettamente in sé lo spirito americano.
Il libro iniziò ad attirare la mia attenzione alla proiezione del trailer del successivo documentario, di cui è all'origine. Qualcosa della ricchezza, dell'abilità e anche della scala dei cartelloni dipinti a mano ha risvegliato in me un'eco fin dalla mia prima visita negli Stati Uniti, più di due anni fa. È come se quelli che ancora esistono trascendessero il proposito originario e oggi esistessero non solo in quanto arte, ma in quanto artefatti.
Dopo una prefazione del leggendario cartellonista Ed Ruscha, il libro si dispiega nel suo tranquillo e piacevole formato. Ciascuno dei ventiquattro cartellonisti presentati svela come questa attività artigianale sia diventata la sua professione. L'insieme, che si riferisce per ubicazione a città ai quattro angoli degli Stati Uniti e copre un lungo arco di tempo e di culture, è attraente nel suo cosmopolitismo.


Pochi ammettono di avere, come cartellonisti, un tenore di vita non più che discreto, ma il denaro chiaramente per queste persone non è una motivazione fondamentale. Doc Guthrie, docente del corso di Cartellonistica al Los Angeles Trade Technical College, è l'incarnazione di questo punto di vista e in qualità di primo degli artisti presentati lancia una specie di appello condiviso: "Avete davanti a voi cinquant'anni di lavoro, e dev'essere una cosa che vi piace". Forse è la coerenza di questo punto di vista con il sogno americano che fa sembrare tanto bella l'idea.
Gli esempi di opere, per quanto più contemporanei che classici, prendono comunque le mosse da qualcosa che dal punto di vista estetico risale all'età dell'oro americana. Forse sono le vie gelide, omogeneizzate e cosparse di Helvetica che mi circondano a far sì che questo libro mi trasporti in un tempo che pare più piacevole e meno distante.
È simpatico che le storie raccontate appaiano come sinceri apprezzamenti per una professione che ha qualcosa di rinascimentale, sopravvissuta alla macchina del vinile




