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Un lavoro davvero particolare il tuo. Con quale necessità ti chiamano i clienti?
Da molti anni la mia attività è trasversale; dalla progettazione di interni all’home styling, dagli allestimenti a vere e proprie art direction e consulenze di immagine anche per la realizzazione dei cataloghi aziendali. I miei interlocutori sono quindi sia privati che aziende con esigenze molto diverse. Le aziende si aspettano una rilettura, un nuovo racconto che parla della produzione o che la affianchi reinterpretandola. In questi ultimi anni di crisi molte aziende hanno espresso con maggiore timidezza il loro potenziale creativo e la loro visionarietà. Li aiutiamo ad osare di più, a essere più sperimentali per riuscire a raccontare la loro vocazione, l’eredità delle loro realtà produttive, lavorando spesso anche sul posizionamento dei marchi. I clienti privati hanno naturalmente una finalità più intima ma con loro si fa comunque un lavoro di “scrittura” di una storia, fatta di desideri, necessità e passioni e ci si misura con i limiti e le opportunità dello spazio costruito.
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Come si riesce a trovare il giusto equilibrio tra tradizione e l’idea di futuro che disegnate per i marchi?
Non è sempre facile ma l’esperienza e una posizione di ascolto aiutano. Capita, quando ci si lascia guidare fortemente da una idea molto creativa, sperimentale, che i committenti si spaventino. La paura è quella di aver bisogno di tempo per riuscire ad appropriarsi della nuova idea di sé, per trasferirla a tutte le aree dell’azienda, anche alla forza commerciale. Ma un’azione di condivisione e comprensione reciproca aiuta sempre a trovare la strada giusta. Lavorare per marchi molto diversi e con esigenze distanti – questo ho fatto, solo per citarne alcuni, con Molteni, Poliform e Varenna, Ikea Francia, Baccarat, Federlegno (per la App InItaly), Whirlpool e molti altri – mi ha dato la possibilità di esercitarmi nella espressione di stili che fossero – e questa è la cifra del mio lavoro – al contempo un condensato di storicità e di modernità, praticando la sempiterna possibilità di rileggere la storia al di fuori delle mode. E comunque la regola che non deve essere disattesa è che qualsiasi sia la nostra azione consulenziale, si deve lasciare parlare il marchio e valorizzarne la forza, non lo si deve nascondere o mistificare con la nostra immagine.
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Quali sono le competenze delle quali dotarsi per fare il tuo lavoro?
Il primo tratto distintivo che ritengo sia ineludibile è la capacità organizzativa. Bisogna avere chiaro il progetto e tutti i suoi elementi, i tempi, tutti gli “attori che si muovono sulla scena” (che sia un set fotografico, un allestimento, uno spazio retail o un interno). Bisogna fare arrivare tutto, come previsto, nei tempi e ottimizzare il valore e il lavoro di tutti. Questa attività è per antonomasia una professione che intreccia competenze molto diverse e che ha bisogno di professionalità forti e distanti per creare una corretta alchimia di personalità che concorrono a creare l’unicum del progetto, qualsiasi esso sia.
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Pensi si possa insegnare questa professione?
Sicuramente si possono insegnare le competenze e le tecnicalità, e anche un metodo di lavoro. L’ho fatto per molti anni su mandato di Elle Decor China per formare le persone che avrebbero lavorato all’edizione locale della testata. Ma non si può insegnare uno stile, un gusto, l’inarrestabile curiosità che è il motore di ogni azione di ricerca e sperimentazione.
Hai ancora un sogno nel cassetto?
Certo, quello di lavorare per il cinema, sperimentare la mia creatività nell’allestimento di un set cinematografico. Rileggere gli oggetti e gli spazi attraverso l’obiettivo della telecamera, un punto di vista assolutamente nuovo e stimolante, per chi come me ama mettersi alla prova, e questa sarebbe una sfida impegnativa.