05. Jan. 2010

Intervista: Chae Young Kim


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  • foto Urban Camouflage Project 04: Gong Zone, 2008-2010 chae young kim
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  • foto Urban Camouflage Project 06: Knitted Room, 2010 chae young kim
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  • foto Urban Camouflage Project 06: Knitted Room, 2010 chae young kim
  • foto Urban Camouflage Project 06: Knitted Room, 2010 chae young kim
  • foto Urban Camouflage Project 06: Smallest Garden, 2009-2010 chae young kim
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  • foto Urban Camouflage Project 06: Smallest Garden, 2009-2010 chae young kim
  • foto Urban Camouflage Project 06: Smallest Garden, 2009-2010 chae young kim
  • foto Urban Camouflage Project 06: Smallest Garden, 2009-2010 chae young kim
Le texture mimetiche create dalla designer coreana nascono al confine tra reale e virtuale, analogico e digitale. A cura di Elena Sommariva Come è cominciata la tua passione per il camouflage? Perché hai scelto proprio questo tema?
È successo dopo una serie di esperimenti su stampe digitali per tessuti, che avevano tutte a che fare con lo stesso tema, la relazione tra il corpo e lo spazio. Mi sono immaginata quindi il concetto di "camouflage" come la chiave per unirli. In più, il background concettuale del mio lavoro è profondamente radicato nella mia esperienza personale. Crescere in un luogo insolito (una città nuova di zecca, ma circondata dalla campagna rurale), mi ha reso molto sensibile nei confronti del rapporto tra l'uomo e il paesaggio che lo circonda. Per questo, ho maturato l'idea che i nostri corpi siano fisicamente collegati con l'ambiente e ne condividano gli stessi elementi organici e le stesse strutture matematiche. Ho trovato nel concetto di "camouflage" una sorta di stato di riconciliazione dell'uomo con lo spazio attorno a lui, soprattutto con la natura, l'elemento nel quale durante tutta la mia infanzia vulnerabile mi sono sempre sentita più a mio agio. Questo tema ha preso una piega più intimista nell'ultimo progetto – Urban Camouflage 06: Knitted Room –, uno spazio al confine tra fantasia e realtà. In un progetto di decorazione d'interni, ho applicato alla parete alcuni pattern del mio maglione, in modo da fare scomparire il soggetto sullo sfondo. L'idea iniziale poteva essere considerata come la confessione di alcuni ricordi dolorosi, del disagio psicologico della mia infanzia, che anche in età adulta di tanto in tanto mi tormentano. E, al tempo stesso, poteva suggerirne la cura: nascondersi e scappare dalla realtà attraverso la fantasia.

Per creare i tuoi lavori, fai uso di una tecnica digitale molto sofisticata: potresti spiegarci come funziona?
Ho studiato Fine Art e Visual Communication design prima di approdare nel campo dell'industrial design. Durante i miei studi in Media Design, ho avuto modo di conoscere questo programma innovativo di grafica digitale che si chiama processing, creato da Ben Fry e Casey Reas al MIT Media Lab. Questa affascinante tecnica è conosciuta da diversi anni dai graphic designer, eppure è utilizzata soltanto per pochi campi del design, soprattutto per creare presentazioni concettuali e virtuali. Ho cominciato a considerare il mio lavoro al confine tra diverse aree e il mio proposito era di applicare le nuove tecniche digitali alla vita reale e analogica. Considerando la funzione del textile design, che è visibile da tutti e si rapporta in modo diretto con le persone nel loro quotidiano, ho finito per pensare che la grafica, anche quella digitale al 100%, avrebbe dovuto avere un tocco più umano. Processing è la soluzione perfetta, dal punto di vista pratico e concettuale, poiché dà un senso di fatto a mano con un'espressione naturale, pur essendo generato da un codice. Grazie alle nuove tecnologie riprografiche, ho potuto sperimentare la mia grafica su diversi materiali. I miei progetti sono stati riprodotti in digitale su seta e applicati alle pareti come tappezzeria in modo da creare l'effetto ottico 3D di un tessuto soffice e crestato. Ho sviluppato questa idea anche per il mio recente progetto "Knitted Room", dove le linee, sottili come puoi crearle soltanto con grafica digitale, sono state reinterpretate come filamenti delicati. Sono state intrecciate, lavorate a maglia e "imbottite" per creare questo disegno. Questi disegni lavorati a maglia, stampati in scala di grigio con un effetto di luci e ombre, sono state applicate graficamente alla moda, al design e agli interni, creando un ambiente mimetico.

Quali sono le fonti principali di ispirazione per il tuo lavoro?
Credo che i miei lavori più recenti abbiano avuto successo perché l'ispirazione arriva da più livelli del mio background personale e dai miei studi di arte e design. Ho iniziato la mia carriera nell'arte e da qui ho costruito le basi per il mio lavoro successivo. Mi sono interessata ai lavori di alcuni importanti artisti come René Magritte e Gerhard Richter, scrittori come Jorge Luis Borges e come Lee Sang, poeta coreano contemporaneo dalla vena surrealistica. Questi artisti hanno tratto ispirazione dal quotidiano e poi re-interpretato con una logica inconsueta, ma accurata riguardo il rapporto tra lo spazio e il tempo. Le fonti visuali usate per i miei lavori derivano da questi interessi personali. Sto ora cercando di combinarle con gli strumenti innovativi del media design. Le tecniche creative sviluppate da alcuni pionieri del media design mi stimola sempre a pensare in cose nuove. E mi aiuta a mantenere una maggiore oggettività nei confronti di un'estetica contemporanea.

Quali applicazioni e quali prodotti sono stati creati (o lo saranno) con i motivi urban camouflage?
Dall'anno scorso sto lavorando alla collezione "Urban Camouflage 05: Smallest Garden". I pattern sono stati applicati al tessuto di rivestimento di lampade prodotte dall'azienda Innermost (www.innermost.net). Saranno presentate a gennaio a Parigi, a Maison et Objet. Con l'azienda stiamo anche pensando di ampliare la collezione con altri pattern geometrici, applicati anche a divai e imbottiti. In questo momento sto lavorando alla collezione "Urban Camouflage 06: Knitted room" e uno dei pattern è stato selezionato in Germania nel concorso D3. Attualmente questi pattern sono in produzione e sono usati per una serie di tappezzerie; saranno presentati alla Fiera del Mobile di Colonia. Il progetto sarà comunque sviluppato ulteriormente in collaborazione alla designer di ceramiche SeNa Gu, che sta riscuotendo parecchio successo in Europa: da Max Mara, Selfridges e allo Spazio Rossana Orlandi. La produzione è ancora in progress e stiamo lavorando a diverse scale: da piccoli oggetti in ceramica a grandi installazioni per interni. Anche grazie a questa collaborazione, vorrei allargare la gamma dei prodotti, aggiungendo alcuni oggetti più commerciali. Infine, sto lavorando ad alcuni pattern per tessuti, che saranno pronti in febbraio. Li sto sviluppando insieme al laboratorio di design dell'Innovation Centre del Central Saint Martins College.

Come definiresti il tuo campo d'azione: è più arte o design?
Ogni progetto nasce da un'idea personale e ha una storia da raccontare, ma quando ti avvicini alla produzione industriale, devono prevalere il senso pratico e commerciale. Trovo che ci siano alcuni designer che sono riusciti a trovare un buon equilibrio tra questi l'aspetto artistico e quello commerciale, più legato al prodotto. Il comune denominatore che caratterizza il loro lavoro è cercare di dare più valore alla creatività che alla funzionalità. La filosofia alla base del mio lavoro è che le cose sulla superficie del pianeta dovrebbero avere dei buoni motivi per esistere, sia che seguano logiche provate, sia che rispondano a una qualche funzionalità. Gli artisti vendono i propri lavori come i designer; e i designer sperimentano i loro prodotti con un approccio altrettanto filosofico. La convergenza tra arte e design è dunque diventata un trend diffuso. Si potrebbe dire che entrambe ne stanno traendo profitto. Credo che non serva cercare una distinzione tra arte e design. Il risultato creativo dovrebbe avere un suo significato e valore di per sé. Ci sono progetti che privilegiano l'estetica a scapito della funzionalità che la produzione industriale richiede. E poi ci sono lavori del tutto votati al funzionalismo senza un briciolo di umanità. A mio avviso sono entrambe sbagliati. Dopo l'arte visiva e il media design, mi sono decisa a studiare industrial design, perché non potevo sopportare il divario tra le grandi teorie e la realtà. Sviluppo le mie idee in modo molto personale, e provo a considerare gli aspetti pratici e funzionali come un elemento comune del mio lavoro. Comunque – trend e fenomeni di moda a parte – i miei lavori si possono ancora collocare al confine tra arte e design, tanto quanto il mio percorso e le mie aspirazioni si trovano al confine tra fantasia e realtà.

Quali sono i progetti futuri? Continuerai a lavorare sul tema del camouflage?
In questo momento sto lavorando alla collezione "Urban Camouflage Project 06: Knitted Room". Il processo di affabulazione, sperimentazione grafica, sviluppo di pattern e produzione è arrivato quasi alla sua conclusione. La prima presentazione ufficiale sarà a Colonia (19-24 gennaio, ndr). La gamma di nuovi prodotti e di nuovi pattern creati in collaborazione con SeNa Gu e il Design Laboratory del Central Saint Martins sarà presentata nel corso del 2010. Ora mi concentrerò sulla commercializzazione dei lavori sviluppati nel corso dello scorso anno. Infine, sto inziando a lavorare al progetto "Urban Camouflage 07", mescolando tessuti inconsueti a tecniche di lavorazione tradizionali. Mi aspetto che sia più divertente e sperimentale e ancora più focalizzato sull'idea di camouflage.
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